Naufragio nelle acque di Mocimboa da Praia
C’ha sorpreso il fatto che la notizia della morte di quasi 50 persone non abbia destato alcuno scalpore o almeno guadagnato un passaggio all’interno di quotidiani e notiziari italiani (a parte un trafiletto tra le notizie “flash” su corriere.it), per il semplice fatto di essere avvenuta a migliaia di km di distanza dal nostro paese.
49 persone hanno perso la vita (o sono disperse) a causa di un naufragio avvenuto lunedì scorso, nelle acque di Mocimboa da Praia, provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico; soltanto 33 persone sono state tratte in salvo. Si tratta di emigranti somali clandestini, la cui destinazione non è ancora stata accertata, ma nessuno in Italia ha fatto menzione della cosa e la notizia, che qui ci ha colpito molto e ha trovato spazio all’interno dei giornali più importanti del paese, è passata inosservata. Se questo fosse accaduto nei nostri mari, già tristemente famosi per episodi simili, probabilmente saremmo già tutti indignati.
Negli ultimi tempi è stato registrato un aumento del flusso di migranti illegali verso i paesi che confinano con il Mozambico, in particolar modo verso il Sudafrica, la maggiore economia di tutto il continente africano, che già presentava un elevato tasso d’immigrazione. Con il grande evento dei Mondiali il traffico umano ha subito una notevole impennata, poichè la realizzazione dei giochi sembra rappresentare un’ulteriore occasione di cambiamento delle condizioni di vita per centinaia di persone che tentano di scappare dalla miseria dei loro paesi.
Per quanto riguarda il Mozambico, le zone in cui si nota la maggior presenza di immigrati sono quelle di Tete e Nampula, dove sono presenti due campi di rifugiati. Solo nel centro di Maratane (Nampula) sono ospitati circa 6.000 rifugiati.
Nella scorsa settimana, la polizia mozambicana ha arrestato 618 persone, accusate di violazione di frontiera. Uno degli ultimi esempi è rappresentato da un gruppo di 15 pakistani, che ora si trova all’interno della Diciottesima Squadra.
Gli operatori di Share sono andati a verificare la situazione, raccogliendo i loro dati e creando un tramite tra il Dipartimento della Migrazione e le famiglie degli immigrati, che hanno espresso la volontà di rientrare in Pakistan. Una parte di loro è infatti già in possesso di un biglietto di ritorno. In realtà, essendo in corso un procedimento giudiziario, hanno innanzitutto bisogno di assistenza giuridica, non essendo semplice, ad esempio, nemmeno comunicare con le autorità della squarda, che difficilmente si esprimono in inglese.
Il nostro operato è essenzialmente volto all’accompagnamento dei migranti che possono scontrarsi con realtà del genere e da un momento all’altro ritrovarsi all’interno della più volte citata Diciottesima Squadra, in condizioni che vanno ben al di là del rispetto per i diritti umani più basilari.
È per questo che cerchiamo di impegnarci e di sensibilizzare chiunque fra di voi abbia il desiderio di sentirsi coinvolto concretamente, e non solo col pensiero.
