L'abitudine alla soluzione possibile

In un paese europeo, occidentale è difficile provare la sensazione che ad una ingiustizia evidente, ad una chiara, semplice, evidente violazione della legge, non ci sia nessun rimedio possibile. Non stiamo parlando di casi estremi, di sottili questioni di interpretazione o di scontri politici.

Si tratta di una violazione della legge, di detenzione evidentemente e chiaramente illegale, senza nessuna possibilità di dubbio.

José e Pierre (come sempre I nomi sono di fantasia) non dovrebbero stare in carcere, ne più ne meno. Uno è stato ufficialmente assolto due anni fa e, sempre ufficialmente è libero, mentre io continuo a incontrarlo nel carcere di massima sicurezza; l’altro è in carcere preventivo da un anno senza che nessuno sappia perchè e fino a quando.

Nel primo caso si tratta di un errore di persona: gli archivi non sono informatizzati e ai detenuti non corrisponde una foto, per cui l’identificazione avviene solo attraverso le notizie anagrafiche e famigliari presenti nell’incartamento processuale. Il messo del tribunale che notifica alle autorità carcerarie l’assoluzione o l’avvenuto compimento della pena chiama il detenuto interessato e gli chiede i dati anagrafici e famigliari come conferma dell’identità. E’ accaduto che qualche funzionario corrotto abbia venduto questi dati come “chiave” per la libertà a chi poteva pagarla e così alcuni, rubando l’identità altrui, sono stati liberati in vece di altri. José è uno di quelli che sono rimasti in carcere.

Nel secondo caso l’ufficio di “controle penal” del carcere, il punto di contatto tra il sistema giudiziario e quello carcerario, ha il numero che dovrebbe identificare il procedimento a carico di Pierre. Peccato che a quel numero non corrisponda nulla, che nè la polizia criminale, nè la procura, nè il tribunale abbiano idea del perchè Pierre sia in carcere, nè di quale accusa debba rispondere. Si sa solo che Pierre avrebbe dovuto uscire un anno fa dopo avere scontato la pena per un precedente reato e che pochi giorni prima di uscire gli è stato notificato un provvedimento che ordinava la carcerazione preventiva per un ulteriore crimine: quale?

Ad oggi non è stato possibile saperlo. Seguiamo questi due casi da mesi, gli avvocati hanno passato giorni interi alla ricerca di funzionari, nella anticamere di giudici e procuratori, ma nulla.. Tutti riconoscono, deplorano si mobilitano, ma poi ancora nulla..mi sono arrabbiato, indignato ho chiesto mille volte come può essere possibile, mi sono detto altrettante volte che ci doveva essere una soluzione… ma la verità è che semplicemente non esiste altra soluzione se non il tempo e l’insistenza, la richiesta continua, a chiunque potrebbe averne il potere, di riconoscere benignamente un diritto sacrosanto. Intanto il tempo passa e Josè e Pierre lo passano in carcere ma davvero non c’è altra soluzione. Non istanze superiori, non denunce pubbliche, non entità sovranazionali, nulla. E quando succederà, quando saranno liberati, non ci saranno scuse ne risarcimenti, solo uno scarno provvedimento dell’autorità.

Da noi in Occidente l’abitudine a una soluzione che si trova sempre, nel sistema stesso, al di sopra o al di fuori di esso ci dà il lusso dell’indignazione. Noi ci indigniamo, denunciamo, combattiamo per la nostra abitudine alla soluzione, perchè più o meno inconsciamente sappiamo che una soluzione c’è o e che è sempre possibile trovarla. Qui non è così. A Jose, a Pierre, agli avvocati di Share che li assistono l’indignazione serve molto meno dell’insistenza e la denuncia infinitamente meno della richiesta gentile e ferma. Nel nostro Occidente lo chiameremmo fatalismo, rassegnazione, sarebbe considerato una codardia. Qui tocca seguire altri ritmi e agire in scenari completamente diversi e si può anche perdere l’abitudine alla soluzione sempre possibile: la pazienza e la rassegnazione insistente possono allora diventare una nuova ricchezza.

 

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