E’ necessario riformare il sistema penitenziario
23 Aprile 2010
La stampa negli ultimi giorni è stata fertile di notizie sulle azioni di tortura nel Carcere di Massima Sicurezza, denominata BO, a Maputo. Preoccupata per quello che sembrava un’abominevole violazione dei diritti umani, la ministra della Giustizia, Benvinda Levi, ha visitato il luogo durante la settimana, ascoltando di persona i racconti di alcuni detenuti. Cose dell’età della pietra, commesse in pieno ventunesimo secolo, da individui che per la loro condotta diventano essi stessi criminali. La situazione nelle prigioni mozambicane già da qualche tempo è motivo di apprensione per le persone e le organizzazioni che si occupano del rispetto della dignità dell’essere umano.
E che non si facciano illusioni: ciò che è diventato di dominio pubblico sugli accadimenti nella BO è appena un esempio di una situazione generale in tutto il paese.
E i problemi si manifestano in varie forme. Da un lato abbiamo la violenza fisica perpetrata da guardie carcerarie incompetenti e ignoranti della loro responsabilità riformatoria sui reclusi, e dall’altro le condizioni misere e di cattiva igiene in cui versano le carceri in Mozambico. Si aggiungano a queste la malnutrizione e l’assenza di cure mediche per i prigionieri, e abbiamo la ricetta completa per far sì che il sistema penitenziario, invece di esser un’istituzione di riforma della mentalità del cittadino, si trasformi in un centro di formazione per criminali di alto calibro.
Ci sono fattori strutturali che trasformano i nostri servizi penitenziari nell’antitesi di ciò che di fatto dovrebbero essere. Il sistema penitenziario nella sua essenza fu concepito come un’istituzione riabilitativa dell’individuo, che deve prepararlo, durante il periodo di reclusione, ad una sua successiva reintegrazione come elemento utile alla società.
Sará perciò che nel loro processo di formazione le guardie carcerarie sono istruite al miglior rendimento delle loro funzioni e hanno questo obiettivo come loro principale missione? Apparentemente no, prevalendo tra loro la convinzione di poter essere maggiormente qualificati nell’esercizio della loro professione quanto più brutalmente tratteranno i detenuti.
Tutto questo rende imperioso l’istituzionalizzazione di un sistema penitenziario nazionale autonomo e specializzato, in cui i suoi membri siano formati su questioni etiche e di rispetto per la condizione umana dei reclusi. Anche le questioni di subordinazione istituzionale possono costituire parte del problema. Una possibilità seria di trasformare il sistema penitenziario non è quella di una istituzione dipendente da una struttura in cui, essendo vista come una entità che tratta con persone apparentemente private dei diritti, finisce per esser trattata come un parente povero, per la cui direzione sono scelti i funzionari meno qualificati.
Per la quantità di persone sotto la propria responsabilità, e data la natura del proprio lavoro, il sistema penitenziario nazionale dovrebbe essere concepito come ramo autonomo nell’insieme delle forse di difesa e sicurezza, dotato di poteri e bilancio propri, e di un contingente di funzionari e guardie altamente professionale. Le carceri mozambicane non possono continuare ad essere un luogo di eccellenza per l’ozio e i vizi, in cui si pianificano i crimini più nefandi. Coinvolgere i carcerati in attività produttive, approfittando delle loro competenze professionali, sembra essere la via migliore per far in modo che le celle smettano di essere centri di vizio e crimini.
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